Le Terme di Cervia. I fanghi. Un ricordo personale

[A mio padre]

I fanghi, così nel nostro lessico familiare si parlava delle cure termali che tutti nella mia numerosa famiglia consideravamo un mezzo terapeutico un po’ stravagante, un po’ esotico e misterioso e quindi dall’efficacia incerta, ma un elemento del paesaggio domestico come vedremo, così come consideravamo stravaganti “le sabbiature”. Queste “procedure curative” avvenivano d’estate. Quelle lunghe estati che sembrava non finissero mai.

Le “sabbiature” non erano altro che la completa copertura con sabbia della spiaggia, quando questa era più calda, venivano eseguite infatti nella tarda mattinata quando la temperatura era più elevata, copertura dicevamo dei corpi rivestiti solo dagli improbabili costumi da bagno dell’epoca di quegli eroici volontari che si sottoponevano a questo “supplizio” nella convinzione che l’immersione in quel bollore sabbioso li avrebbe asciugati dei liquidi in eccesso e spento i focolai reumatici che come è noto temono il caldo.

 

Le sabbiature

 

Il gran cerimoniere di questi riti “terapeutici” era il bagnino che tra una previsione del tempo e l’altra, trovava il tempo per questo compito che gli fruttava qualche mancia, magari in un luogo un po’ appartato, dietro le cabine, che diventavano sito provvisorio, ma dedicato a queste prime arcaiche forme di fitness e potevano garantire una sorta di riservatezza come si conviene ad ogni luogo destinato alla cura. L’impiegato di Brescia non lo sapeva e neanche il suo medico che il signor “Besozzi” stava inconsapevolmente inaugurando una stagione che sarebbe arrivata ben più tardi contraddistinta dal superamento del concetto di salute –assenza di malattia-con quello di benessere. Vi era un certo avvicendamento tra uomini e donne, non necessario, il trattamento era simile e assolutamente riservato,ma questo rafforzava l’idea che ci si trovasse in un “luogo sanitario” e obbediva al concetto di pudore dell’epoca. “Distanziamento sessuale” si sarebbe chiamato oggi così come erano”distanziate” le classi elementari maschili e femminili le palestre ,i luoghi di aggregazione, perché la fantasia crescesse clandestina e perciò fervida.

Ma torniamo ai “fanghi”.
La virtù terapeutica dei “fanghi” fu una “scoperta” empirica, molto antica dei salinai che notarono una minor incidenza di dolori reumatici rispetto ad altre categorie di lavoratori benchè per lungo tempo lavorassero con le gambe immerse nell’acqua.

Sta di fatto che la nomina di Cervia come località termale risale agli anni 30 e la loro collocazione nel cuore delle saline si protrasse fino alla fine degli anni 50 quando fu costruito il nuovo complesso. Per tutti gli anni 50 l’accesso alle cure, che consistevano nello spalmarsi l’intero corpo, capelli compresi, con il”liman”un fango frutto della sedimentazione di alghe microorganismi nei canaletti e derivante dall’”acqua madre”, attendere poi che il fango si seccasse al sole, per poi lavarsi con acqua madre calda, era subordinato ad una visita medica che veniva eseguita da mio padre allora uno dei pochi medici attivi tra Cervia e Milano Marittima.

Il ”dottore” aveva una particolare insofferenza al caldo e quella attività per le modalità che abbiamo descritto non era certo il lavoro che potesse gradire di più. Tra acqua calda, fanghi bollenti, per di più il rudimentale stabilimento non disponeva di locali areati, se non grezzi ambienti destinati ad ambulatori e ad uffici che l’impianto richiedeva…e di vegetazione nelle Saline nemmeno l’ombra.
Ricordo il suo disagio la mattina che doveva recarsi in Salina.

 

L’esterno delle Terme di Cervia in un’immagine d’epoca (fotografia tratta dal sito delle Terme di Cervia)

 

Fin qui non ci sarebbe nulla di più di significativo da ricordare, ma la cosa più divertente e che impressionava noi bambini era la cerimonia del suo ritorno a casa accaldato e in genere anche decisamente contrariato. Allora le visite mediche, e queste non facevano differenza avevano una tariffa di massima, in genere piuttosto flessibile, non c’erano ricevute, fatture, e tutta la burocrazia che sarebbe venuta dopo. Anche la riscossione era affidata direttamente al medico che incassava e tutto finiva lì. Mio padre non aveva lo spirito del commerciante né un grande rispetto per il denaro e quindi i frutti del suo lavoro finivano nelle tasche della sua giacca o dei suoi pantaloni in modo diciamo così alquanto disordinato. Al suo arrivo sempre un po’ affannato trovava noi a tavola e mia madre che si alzava amorevolmente per accoglierlo. Tutta la scena aveva la parvenza di un edificante quadretto familiare, ma ad un certo punto, magari preceduto da una imprecazione contro il caldo che celava l’imbarazzo per quello che stava per succedere, il “dottore” con un fare per nulla professionale e anche con po’ di teatralità metteva le mani in tasca e cominciava a svuotarle. Quello che ne usciva era una cascata di banconote, ricordo, erano soprattutto banconote da mille lire che probabilmente erano la tariffa ufficiale della prestazione medica, ma insieme a questi biglietti, mischiati ad essi, vi erano anche tante monete e monetine frutto di quella flessibilità di cui si diceva.

Un evento alle Terme (fotografia tratta dal sito delle Terme di Cervia)

 

La cosa più divertente era però il comportamento di mia madre la quale senza parlare, devotamente starei per dire, aveva nel frattempo spiegato il grembiule che tutte le donne, anche le mogli dei dottori solevano portare come segno di convinta domesticità, raccoglieva tutta quella cornucopia, che ammontava a poche lire, ma che aveva il sapore del sudore della fronte-è il caso di dirlo- del capofamiglia. Ho sempre pensato a questa scena che sintetizza bene il segno di quei tempi di incipiente benessere, ma anche del carattere e personalità di mio padre e di mia madre. Come un fotogramma di un film dell’epoca, o più semplicemente come ad un dipinto popolare. Noi bambini eravamo contenti delle virtù dei nostri genitori e ridevamo piano e di nascosto, che non sembrasse mancanza di rispetto.