CONSERVIAMO IL VALORE NATURALISTICO DELLA PINETA DI CERVIA

di Nicola Merloni

(nell’immagine: Madreselva – Lonicera caprifolium L.)

Gli ambienti naturali dei nostri litorali stanno diventando sempre più rari e minacciati. Questo trend è stato chiaramente confermato anche di recente, nel corso del webinar “Il Quadro Conoscitivo della Biodiversità in Emilia-Romagna”.

https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/gallery/video/parchi-e-riserve-naturali/biodiversita/il-quadro-conoscitivo-della-biodiversita-in-emilia-romagna

La Pineta di Cervia, pur avendo origini antropiche e pur essendo da sempre gestita dall’uomo con finalità produttive ed estetiche, conserva al suo interno una considerevole componente di naturalità, tanto da essere stata riconosciuta dalla normativa europea (Dir. 92/43 CEE) Habitat di Interesse Comunitario (2270* – Dune con foreste di Pinus pinea e/o Pinus pinaster); questo habitat, ritenuto dalla normativa addirittura ‘prioritario’, cioè meritevole della massima tutela, non è peraltro l’unico all’interno del perimetro della pineta, essendone stati censiti almeno altri 15 tipi, di cui 3 prioritari.

Questa ricchezza ambientale non è purtroppo molto conosciuta ed apprezzata dai più, e la Pineta di Cervia continua ad essere vista soprattutto come un ‘parco urbano’ in cui è possibile andare a passeggiare o a correre a piedi e in bici.

Ma oggi la componente naturale, venutasi a creare spontaneamente nel tempo all’interno di formazioni create secoli fa dall’uomo, costituisce senza dubbio la maggiore ricchezza ambientale della nostra città.

Le differenze fra un ambiente naturale ed un parco pubblico sono molte, ma possono essere riassunte dicendo che mentre un parco è un insieme di alberi, arbusti, erbe popolato da una componente più o meno ricca di specie animali che di quelle piante si nutrono, e se si trovano a loro agio fra i rami di quelle piante nidificano, un ambiente naturale non è semplicemente un insieme di organismi viventi, ma è piuttosto un insieme di ‘relazioni’ fra organismi viventi. E queste relazioni si sono create e mantenute spontaneamente nel tempo, e interessano un numero enorme di specie viventi, rappresentate da batteri, protisti, funghi, piante, animali. Tutti viventi che sono fra loro intimamente connessi fino a creare quasi una specie di superorganismo, definito tecnicamente da chi lo studia ‘ecosistema’.

Un parco può anche essere ben costruito ed ospitare molte specie di viventi, ma la sua origine è in massima parte artificiale, essendo costituito da alberi ed arbusti scelti con finalità estetiche, e deve essere gestito con interventi periodici atti a mantenerlo duraturo e fruibile.

Un ambiente naturale si crea da solo spontaneamente, ed evolve nel tempo, resistendo e superando negli anni avversità climatiche o biologiche, e ciò che possiamo vedere dopo un periodo di tempo sufficientemente lungo sarà un ambiente in sintonia col particolare clima del luogo, e pertanto ben resistente alle avversità che possono periodicamente presentarsi, fatte salve ovviamente le manifestazioni catastrofiche quali incendi e trombe d’aria.

Le pinete storiche del Ravennate, e la Pineta di Cervia non fa certo eccezione, sono una via di mezzo fra i due esempi estremi sopra citati di parco da una parte ed ambiente completamente naturale dall’altra, ma proprio perché col tempo le loro componenti di naturalità sono via via aumentate, varrebbe veramente la pena di gestirle cercando di assecondare il più possibile le dinamiche naturali in atto, in modo da favorire la componente naturale, tanto più in un contesto geografico di drammatica rarefazione delle zone naturalisticamente rilevanti.

Per molti motivi, alcuni dei quali ricordati poc’anzi, non è possibile per definizione creare ambienti naturali; ma è possibile, e pertanto auspicabile, programmare interventi il più possibile in sintonia con i trend naturali ormai da tempo individuati, lasciando poi alla natura l’insostituibile compito di allacciare spontaneamente quella fitta rete di relazioni, in gran parte nascoste, che possono garantire quella stabilità e resistenza nel tempo su cui peraltro vorremmo poter contare anche per ragioni economiche, oltre che naturalistiche.

Buone pratiche naturalistiche potrebbero essere dunque l’impiego di specie arboree ed arbustive autoctone e adatte al nostro territorio; la scelta, di volta in volta, di specie adatte ai tipi di suolo che si alternano all’interno della pineta: pini, lecci e arbusti della macchia mediterranea nelle parti più calde, rilevate e sabbiose, querce caducifoglie e arbusti mesofili nelle zone più ombrose, umide e mature, per fare solo un esempio; la moderazione nell’eliminazione della componente arbustiva propedeutica ai rimboschimenti; l’astensione dell’utilizzo del pino domestico nei terreni argillosi o con falda idrica prossima alla superficie; la moderazione nella creazione di nuovi sentieri all’interno del bosco, poiché un’eccessiva frequentazione, ancorché educata, è sempre fonte di disturbo; osservazioni e studi periodici atti a cogliere le dinamiche spontanee in atto, con la finalità, prioritaria, di assecondarle e favorirle il più possibile.

Davvero, coi tempi che corrono, non possiamo permetterci di dissipare l’enorme ricchezza naturalistica che ancora abbiamo la fortuna di possedere.